“Cosa c'è?
Non guardarmi...guardati.
Io non sono altro che un frammento della tua vita.
Non provare nessun sentimento di commiserazione, non giudicarmi, giudicheresti te stesso.
Non posso darti una via d'uscita, la sto cercando anch'io.
Non ti resta altro che aspettare insieme a me.”

Intervista al regista:
Per la realizzazione dello spettacolo mi sono appoggiato su una parola: ‘viaggiatore’.
Ispirandomi al testo di Arthur Miller Morte di un commesso viaggiatore ho tratto una parte di testo per seguire con più facilità la storia che man mano si sarebbe andata a creare con l’assemblaggio delle altre scene e degli altri testi da me ideati. Questo per portare allo spettacolo finale quel sapore teatrale che, altrimenti, si sarebbe perso con l’utilizzo di scene dove il problema viene spiegato solamente in maniera tecnica.
Molti problemi sono derivati da questo, soprattutto domande e dubbi.
In che misura uno spettacolo teatrale può andare a fondo su un problema così complicato?
E’ indispensabile utilizzare parole chiave, per non dire tecniche? o il pubblico, che già conosce il problema, riesce ad attuare, immediatamente, un processo di costruzione causa-effetto?
Qual è il compito dello spettacolo all’interno del progetto creato per uno spettatore dubbioso, disinformato o interessato ad approfondimenti?
Ho presentato il copione finale, facendolo esaminare dai responsabili del progetto, che hanno preteso una rappresentazione che si astenesse da alcun tipo di schieramento, cercando di mostrare anche le conseguenze e i motivi che spingono un datore di lavoro a compiere determinate scelte, in modo non superficiale.
Io credo che questa rappresentazione non schierandosi da nessuna parte, e non cercando di presentare una forma di denuncia, mostri semplicemente una condizione lavorativa, analizzandola da un solo punto di vista.
Inserire nel testo tutti i vari aspetti del lavoro precario, bilanciando i pro e contro vissuti dal datore di lavoro e quelli del lavoratore stesso, sarebbe stato per me un collage, rischiando di commettere errori o di essere poco chiaro, producendo uno spettacolo teatralmente poco interessante.
Obbligati ad italianizzare nomi, monete, città, ditte, una parte dell’atmosfera poetica se n’è andata, rendendo a mio avviso il testo più freddo.
Il pubblico che venne ad assistere alla generale evidentemente si aspettava qualcosa di diverso.
Abituati forse ad un altro tipo di teatro, sono stati sorpresi nel vedere uno spettacolo sulla precarietà del lavoro, non riuscendo a fare quel salto spazio-temporale, che gli avrebbe permesso di partecipare attivamente allo spettacolo, ma si sono ancorati sulle sedie e non sono ‘partiti’ con noi attori.
Anche per noi è stato un viaggio.
E’ stata una ricerca dello scheletro, dell’ossatura del problema, della sua essenza più profonda.
Ho cercato di rendere lo spettacolo più simbolico possibile, senza la ricostruzione degli ambienti.
Ho smaterializzato la componente umana tanto da renderla una forma capace di essere manipolata, smontata, spostata, quanto lo può essere un manichino.
Giocare con essi cercando di assemblarli al gioco scenico, e non solo scenografico, rendendoli protagonisti insieme a noi.
Il fine sarebbe stato quello di mettere lo spettatore davanti una realtà che gli appartiene, facendone egli stesso il protagonista.
Vedere il personaggio della storia non come Antonio Gervasi 50 anni, ma come un rappresentante di una società, un portavoce, una unità, un “individuo x”.
Per far fronte al problema di una possibile incomprensione, è sorta l’esigenza di inserire nel testo una breve premessa in cui si afferma l’unità rappresentativa del protagonista.